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Circola in città una voce: la cordata guidata da Costim, con Impresa Percassi ed Elmet, che ha proposto il project financing per il Porto Vecchio, starebbe valutando di ritirarsi. Conferme ufficiali non ce ne sono. Sul sito del Comune la procedura risulta aperta e l’ultimo atto pubblicato resta l’indizione della Conferenza dei Servizi dell’aprile 2025. Ma il solo fatto che la voce appaia credibile dice molto. Dopo quasi due anni non c’è un bando né una data, e la giurisprudenza europea ha messo in dubbio la prelazione del promotore, cioè il perno su cui l’intera operazione era costruita. Sarei il primo a rallegrarmi di una smentita, e anzi la sollecito: una parola chiara del Comune o del gruppo proponente sarebbe un atto di rispetto verso la città. In attesa di quella parola, però, qualche domanda è lecito porla.
Non è in discussione la serietà di Costim, che ha investito e dialogato facendo legittimamente il proprio mestiere. In discussione è il metodo: un progetto da seicento milioni concepito attorno a un unico soggetto, con una gara in cui gli eventuali concorrenti dovrebbero comunque uniformarsi alla sua proposta, concentra in un solo punto la visione, il disegno e la realizzazione di uno dei beni più preziosi che Trieste possiede. Sessantasei ettari di città da ridisegnare non si consegnano a una visione altrui, per quanto autorevole.
C’è poi un costo che nessuno conteggia: il tempo sottratto al Consiglio comunale. Sedute fiume, centinaia di emendamenti, ore spese a discutere un disegno già confezionato altrove, mentre la discussione vera, quella su che cosa la città vuole diventare, non è mai entrata davvero in Aula.
Per questo l’incertezza di oggi non è una disgrazia da scongiurare ma un’occasione da riconoscere. Mi chiedo ancora che cosa potrà essere davvero il Porto Vecchio una volta restituito alla vita, e quale debba essere la priorità: posti di lavoro stabili o appartamenti? Spazi per chi studia e servizi per chi invecchia o alberghi? Un quartiere da abitare ogni giorno o una vetrina da visitare? Non ho risposte pronte, e diffido di chi le ha già tutte. So però che a queste domande deve rispondere prima la città, con un percorso di partecipazione autentico. Solo dopo vengano i privati, chiamati a realizzare per fasi, su porzioni definite, ciascuno al proprio posto e con responsabilità distinte e verificabili.
Su una cosa, però, vorrei sbilanciarmi, perché è la visione che mi pare manchi al disegno attuale. Il progetto approvato non è privo di contenuti: prevede case, uno studentato, alberghi, alloggi per anziani, una marina, spazi per lo sport e il tempo libero, gli uffici della Regione e l’università. Tutte cose utili. Ma scorrendo i numeri si avverte un’assenza: manca quasi del tutto il lavoro che produce. Trieste perde i suoi giovani perché non offre loro un futuro all’altezza di ciò che hanno studiato, e li perde mentre custodisce, a pochi passi da quei moli, una delle concentrazioni di ricerca scientifica più dense d’Europa e ospita aziende di rilievo mondiale. Un Porto Vecchio senza una vera vocazione produttiva spreca questa occasione. Penso a spazi per imprese innovative, a luoghi dove la ricerca incontra l’impresa, a una città che trattenga i propri talenti invece di formarli per regalarli altrove. Non solo case da abitare e luoghi da attraversare, ma lavoro qualificato da creare. Questa, prima ancora delle quote tra residenze e servizi, mi pare la domanda strategica decisiva.
Se Costim resterà, sarà un partner prezioso dentro un disegno finalmente condiviso. Se se ne andrà, le saremo grati per averci costretto a guardare in faccia una verità: il Porto Vecchio non può essere il progetto di un promotore. Deve diventare l’opera di una città.

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