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C’è un pezzo di Trieste dove comprare un pezzo di pane è diventato un viaggio. Nei rioni periferici, in certe vie svuotate dalle serrande abbassate, chi non ha l’automobile o non ha più l’età per guidarla dipende dai figli, dagli amici, da un vicino. Magari deve prendere un autobus, cosa non sempre facile per tutti. Gli ipermercati stanno lontano e sono raggiungibili quasi esclusivamente da chi ha un’automobile. Non è solo un problema di consumi, è anche un problema di comunità: un quartiere senza negozio perde i luoghi in cui ci si incontra e ci si accorge che qualcuno manca da giorni.

Ci sarebbe una possibile soluzione: se le grandi catene guadagnano con gli ipermercati, siano obbligate ad aprire anche delle piccole rivendite per le zone più disagiate. Ho preso sul serio questa ipotesi e ho cercato di verificarla. Come obbligo imposto dal Comune non sta in piedi: ecco perché.

L’idea di un’ordinanza che imponga l’apertura cade subito: il commercio in Friuli Venezia Giulia è materia della Regione. Il Comune può fare solo ciò che la legge regionale gli consente. Oltre a tutto il nuovo Codice regionale del commercio e turismo, la legge regionale 9 dicembre 2025, n. 17, in vigore dal 16 dicembre 2025, non consente nulla di simile.

Pensare a un vincolo a carico di chi possiede grandi superfici? Non è possibile. La legge dello Stato garantisce la libertà di aprire un esercizio senza contingenti né limiti territoriali, e la Corte costituzionale l’ha confermata più volte: è l’articolo 31, comma 2, del decreto legge 201/2011. Se non posso vietare a un’impresa di aprire dove vuole, non posso nemmeno ordinarle di aprire dove non vuole. Chiedere di tenere aperto un negozio in perdita significa imporre una prestazione patrimoniale: la Costituzione vuole che accada solo per legge.

Resta il fatto che il bisogno è vero. E qui comincia la parte che mi dà speranza, perché le strade praticabili esistono e sono solide e dovrebbero essere percorribili.

La prima è il momento in cui è una grande catena a chiedere qualcosa al Comune di Trieste. Ogni nuova grande struttura fuori dai centri storici passa da un piano attuativo comunale e da una conferenza di servizi, dove la legge prevede misure compensative. Un presidio di prossimità in un rione impoverito è una compensazione ragionevole e trattabile, purché proporzionata e non trasformata in un pedaggio automatico.

La seconda è considerare il negozio di quartiere per quello che è diventato: un servizio. Il Comune può definirlo, individuare le zone, mettere a bando l’affidamento con una compensazione e offrire locali propri a canone calmierato. L’obbligo diventa contratto liberamente accettato, e possono concorrere tutti, dagli ipermercati ai singoli commercianti, cooperative di comunità comprese.

La terza è l’urbanistica: vincolare la destinazione commerciale dei piani terra, riservare spazi al vicinato nei nuovi comparti. Regolare i luoghi è pieno diritto di un’Amministrazione comunale.

La quarta è ottenere che i nostri rioni deboli entrino nella mappatura regionale delle superfici di vendita come zone di indebolimento commerciale, perché da quella classificazione discendono contributi e priorità. È quello che l’articolo 63 della legge regionale 17/2025 prevede come possibilità, affidando al masterplan del commercio proprio l’individuazione di quelle zone. Una possibilità che non deve essere lasciata scappare.

Certo, c’è un lavoro paziente, da fare con altri e non contro qualcuno. Ma è la differenza fra dire una cosa giusta e vederla accadere.

Fin qui ho scritto io. Adesso tocca a voi: raccontatemi dov’è che il “pane” manca davvero, in quale via, in quale rione, e come fanno quelli che non guidano più. Non è curiosità. Serve a costruire la mappa senza la quale nessuna richiesta ha gambe per camminare.