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Ce ne siamo accorti al distributore. Non dalle immagini dei telegiornali, non dagli appelli, non dai morti: ce ne siamo accorti dall’incredibile aumento del prezzo della benzina. È lì che la guerra ci ha raggiunti, nel portafoglio. E al governo chiediamo sconti sulla benzina: un “sintomatico”, che in parte ci viene anche concesso, non un impegno concreto per la pace. Ma la benzina non è nemmeno il costo più alto: è soltanto quello che ci siamo accorti di pagare.

Perché non si tratta di una guerra, ma di tante guerre. L’Ucraina sanguina, il Medio Oriente continua a bruciare, il Sudan si consuma nel silenzio, per citarne solo alcune. E noi non siamo semplici spettatori. Forniamo armi e logistica, abbiamo aumentato la spesa militare, abbiamo preso con gli alleati dell’Alleanza Atlantica l’impegno di arrivare entro il 2035 al cinque per cento del prodotto interno lordo per difesa e sicurezza. Abbiamo perfino sentito evocare la minaccia, vera o presunta, di droni sopra il nostro territorio. La guerra non è mai lontana quanto sembra.
Eppure c’era chi ci avvertiva, ogni domenica. Gli Angelus di Leone XIV sono diventati un “bollettino di guerra”. Già il 15 giugno 2025, poco più di un mese dopo l’elezione, l’elenco era lungo: il Myanmar, la Nigeria, il Medio Oriente, l’Ucraina e la Repubblica del Sudan, «da oltre due anni devastata dalle violenze». Il 22 febbraio di quest’anno, a quattro anni dall’inizio della guerra contro l’Ucraina: «Davvero ogni guerra è una ferita inferta all’intera famiglia umana», e ancora: «tacciano le armi, cessino i bombardamenti».
Il 26 luglio lo sguardo tornava alla Terra Santa: «Seguo con apprensione il perdurare e l’inasprirsi della violenza in Terra Santa». Il 9 agosto ancora il Sudan, ancora l’Ucraina e la Russia, con una frase che vale una diagnosi: «La guerra non fa che generare altra guerra e provoca enormi sofferenze». Settimana dopo settimana.
Che cosa chiede il Papa? Non un generico desiderio di quiete. Il suo Messaggio per la Giornata mondiale della pace di quest’anno ha un sottotitolo che è già un programma, “Verso una pace disarmata e disarmante”, e lo spiega così: «questa è la pace del Cristo risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante». Disarmata, perché «disarmata fu la sua lotta», quella di Gesù che a Pietro chiese di rimettere la spada nel fodero. Disarmante, perché «La bontà è disarmante. Forse per questo Dio si è fatto bambino».
Dentro quel testo c’è una fotografia impietosa del nostro tempo: «Nel rapporto fra cittadini e governanti si arriva a considerare una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze». E poco oltre: «i ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui». I numeri li ricorda lui stesso: nel 2024 la spesa militare mondiale è cresciuta del 9,4 per cento, fino a 2.718 miliardi di dollari.
Non è ingenuo il Papa: indica strumenti precisi. «La via disarmante della diplomazia, della mediazione, del diritto internazionale». Chiede «non la delegittimazione, ma piuttosto il rafforzamento» delle istituzioni sovranazionali. Lasciando il Libano il 2 dicembre 2025 lo aveva detto con parole ancora più crude: «Le armi uccidono, la trattativa, la mediazione e il dialogo edificano». E il 25 settembre 2026, a Parigi, davanti al Presidente di una potenza nucleare, ha denunciato «la convinzione, errata, che il possesso di armi nucleari costituisca una garanzia di sicurezza», ricordando che «la pace non è un equilibrio di forze, ma si costruisce ogni giorno attraverso il dialogo e la giustizia».
Nemmeno questa è una novità per un Pontefice. A Parigi il Papa ha richiamato parole scritte da Giovanni XXIII nel 1963: «(…) giustizia, saggezza ed umanità domandano che venga arrestata la corsa agli armamenti, si riducano simultaneamente e reciprocamente gli armamenti già esistenti; si mettano al bando le armi nucleari». Da oltre sessant’anni la Dottrina Sociale della Chiesa chiede la stessa cosa.
E c’è un conto che non è un’astrazione. I soldi sono quelli che sono: ogni euro che va in armi è un euro sottratto alla sanità, alla scuola, allo stato sociale. Lo dico da cittadino, e lo dico da medico: quel conto io lo vedo in sala operatoria.
La domanda vera è politica. Lo dice il Papa stesso: la preghiera e il dialogo fra le fedi non devono «distogliere l’attenzione di tutti dall’importanza della dimensione politica».
Se la posizione della Chiesa è così chiara, perché la corsa al riarmo procede senza resistenza? La mia risposta: mancano i cattolici in politica. Non i politici cattolici: quelli ci sono, e sono tanti. Mancano cattolici impegnati in politica, cioè persone che siano prima cattoliche e solo dopo elette in un partito. Persone per cui la Dottrina Sociale è un criterio per rendere concreta la Fede, non un’etichetta da esibire quando fa comodo, magari per raggranellare qualche voto in più.
Il cattolico in politica non porta soltanto la propria biografia di credente: porta un criterio di giudizio. Criteri e contenuti, a partire dalla dimensione pubblica della fede. Il Papa, a Parigi, lo ha detto davanti ai rappresentanti di uno Stato che ha fatto della laicità una bandiera: «Il cristiano coinvolto nella vita pubblica, che agisce alla luce della propria coscienza illuminata dalla fede, non può essere considerato un proselitista o una minaccia all’unità della patria».
Il Papa indica anche da dove ripartire: da «società civili consapevoli», da «forme di associazionismo responsabile», da «esperienze di partecipazione non violenta».
Oggi serve davvero una chiamata alle armi. L’unica che un cristiano possa sottoscrivere: quella che le armi le fa deporre.
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