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Ricordo bene il 6 maggio del 1976, esattamente cinquant’anni fa, il giorno del terremoto del Friuli. Avevo 11 anni.
Nel pomeriggio di quel giorno ero stato dal dentista per una seduta pesante, per cui alla sera mi ero messo a dormire molto presto.
Alle 9 di sera un forte rumore mi ha svegliato. Ero convinto che fosse un grosso camion che passava sotto casa mia a creare tutte quelle vibrazioni. Mia mamma, però, è entrata in camera e mi ha fatto uscire dal letto dicendomi che c’era un terremoto e che dovevamo tutti correre in strada. Abbiamo fatto la cosa più sciocca che potevamo fare: abbiamo atteso appoggiati al muro del condominio di sette piani nel quale abitavamo, nell’attesa di capire cosa fosse successo e che passasse un po’ di tempo. Fortunatamente il palazzo non ci è caduto addosso, perché poco sarebbe rimasto di noi.
Ricordo ancora che una famiglia che abitava nel nostro palazzo, nella fretta di scappare da casa, si era chiusa fuori dal proprio appartamento. Per rientrare hanno chiamato i Vigili del Fuoco, che sono arrivati prontamente a risolvere il problema. In quel momento abbiamo appreso che qualcosa di grosso era successo in Friuli. I pompieri avevano fretta: ci hanno detto che si stavano organizzando per partire la notte stessa per raggiungere il Friuli, dove pare ci fossero ingenti danni. In quel momento, in un periodo in cui Internet non esisteva e le notizie si ricevevano soltanto dalla radio o dalla televisione, quella era stata la modalità con cui io e la mia famiglia abbiamo appreso la notizia, che si è poi rivelata essere molto più tragica di ogni nostro timore.
Non ricordo se il giorno successivo siamo andati a scuola, ma ricordo che per un lungo periodo io e i miei fratelli più piccoli avevamo una sorta di psicosi: ogni rumore atipico, ogni vibrazione ci faceva temere che ci fosse stata un’altra scossa. Avevamo escogitato un sistema che potesse dirci se effettivamente ci fosse qualcosa di più di una vibrazione, quale poteva essere quella generata da una porta che si chiudeva o da un passo un po’ più deciso, magari dell’inquilino del piano di sopra, una sorta di “sismografo artigianale”: avevamo appeso un peso ad un elastico attaccato a un muro della cucina. Se avvertivamo qualcosa che poteva assomigliare ad una scossa di terremoto, correvamo tutti a vedere se quel peso fosse fermo o in movimento. Fortunatamente era quasi sempre immobile. Un altro sistema per capire se ci fosse una scossa erano i cani: in quel periodo non ne avevamo e ad ogni sospetto chiamavamo gli amici che ne possedevano uno per sapere se fosse tranquillo o agitato.
Ho poi altri ricordi, molto sfumati. Non sapevo ancora che quel terremoto avrebbe portato a Trieste una persona che ha cambiato la mia vita: un sacerdote lombardo, che aveva vissuto a lungo come missionario in Uruguay, arrivato con i volontari per fare compagnia ai terremotati del Friuli e che poi si è fermato — dapprima a Udine, poi a Trieste — come responsabile regionale del movimento di Comunione e Liberazione. Attraverso di lui ho conosciuto Comunione e Liberazione e tutto quello che questo incontro comporta. Don Beniamino Bosello è morto a Trieste poco meno di tre anni fa.